Gabriele Cagliari fu
un manager di Stato, quotato in area socialista. Il 3 novembre 1989
divenne Presidente dell'Eni. Nel 1993 venne arrestato per ordine dei
Pubblici Ministeri Fabio de Pasquale ed Antonio Di Pietro della Procura
della Repubblica di Milano. Cagliari fu arrestato per la maxi tangente
che la stessa Eni versò a quasi tutti i partiti politici per
estromettere, anche in virtù di un accordo con la SAI di Ligresti,
L'Ina-Assitalia per l'acquisto di Montedison. Reato gravissimo, ma la
colpevolezza di Cagliari non fu mai provata perchè il processo che lo
riguardava non si potè celebrare a causa della sua morte, avvenuta per
quello che fu considerato suicidio il 20 luglio del 1993.
Oggi che Di Pietro
manifesta ancora una volta il suo carattere ruspante e la sua scarsa
educazione, riuscendo a passare per un uomo rozzo anche quando ha
ragione accusando Berlusconi di immoralità, è bene ricordare cosa
scriveva del "Pool Mani Pulite" Gabriele Cagliari poche ore prima di
morire in una lettera alla sua famiglia. Ricordiamolo perchè i pericoli
per la democrazia e la libertà non vengono solo ed esclusivamente da
Berlusconi, come dice l'ex PM molisano: vengono anche da una
magistratura esagitata, che deborda dal suo ruolo istituzionale, che si
accanisce contro uomini che hanno corrotto, concusso ed abusato del
proprio ufficio per profitto personale e partitico, ma che sempre uomini
restano.
Lettera di Gabriele Cagliari alla sua famiglia del 10 luglio 1993
"Miei
carissimi Bruna, Stefano, Silvano, Francesco, Ghiti: sto per darvi un
nuovo, grandissimo dolore. Ho riflettuto intensamente e ho deciso che
non posso sopportare più a lungo questa vergogna.
La criminalizzazione di comportamenti che sono stati di tutti, degli
stessi magistrati, anche a Milano, ha messo fuori gioco soltanto alcuni
di noi, abbandonandoci alla gogna e al rancore dell’opinione pubblica.
La mano pesante, squilibrata e ingiusta dei giudici ha fatto il resto.
Ci trattano veramente come non-persone, come cani ricacciati ogni volta al canile.
Sono qui da oltre quattro mesi, illegittimamente trattenuto.
Tutto quanto mi viene contestato non corre alcun
pericolo di essere rifatto, né le prove relative a questi fatti possono
essere inquinate in quanto non ho più alcun potere di fare né di
decidere, né ho alcun documento che possa essere alterato. Neppure
potrei fuggire senza passaporto, senza carta d’identità e comunque assiduamente controllato come costoro usano fare
Per di più ho sessantasette anni e la legge
richiede che sussistano oggettive circostanze di eccezionale gravità e
pericolosità per trattenermi in condizioni tanto degradanti.
Ma, come sapete, i motivi di questo infierire sono ben altri e
ci vengono anche ripetutamente detti dagli stessi magistrati, se pure
con il divieto assoluto di essere messi a verbale, come invece si dovrebbe regolarmente fare.
L’obbiettivo di questi magistrati, quelli della Procura di Milano in modo particolare, è quello di costringere
ciascuno di noi a rompere, definitivamente e irrevocabilmente, con
quello che loro chiamano il nostro “ambiente”. Ciascuno di noi, già
compromesso nella propria dignità agli occhi della opinione pubblica per
il solo fatto di essere inquisito o, peggio, essere stato arrestato,
deve adottare un atteggiamento di “collaborazione” che consiste in
tradimenti e delazioni che lo rendano infido, inattendibile,
inaffidabile: che diventi cioè quello che loro stessi chiamano un
“infame”. Secondo questi magistrati, a ognuno di noi deve dunque
essere precluso ogni futuro, quindi la vita, anche in quello che loro
chiamano il nostro “ambiente”.
La vita, dicevo, perché il suo ambiente, per ognuno, è la vita: la
famiglia, gli amici, i colleghi, le conoscenze locali e internazionali,
gli interessi sui quali loro e loro complici intendono mettere le mani.
Già molti sostengono, infatti, che agli inquisiti come me dovrà essere
interdetta ogni possibilità di lavoro non solo nell’Amministrazione
pubblica o parapubblica, ma anche nelle Amministrazioni delle aziende
private, come si fa a volte per i falliti.
Si vuole insomma creare una massa di morti civili, disperati e perseguitati, proprio come sta facendo l’altro complice infame della magistratura che è il sistema carcerario.
La convinzione che mi sono fatto è che i
magistrati considerano il carcere nient’altro che uno strumento di
lavoro, di tortura psicologica, dove le pratiche possono venire a
maturazione, o ammuffire, indifferentemente, anche se si tratta della
pelle della gente.
Il carcere non è altro che un serraglio per animali senza teste né anima.
Qui dentro ciascuno è abbandonato a stesso, nell’ignoranza coltivata e
imposta dei propri diritti, custodito nell’inattività nell’ignavia; la
gente impigrisce, si degrada e si dispera diventando inevitabilmente un
ulteriore moltiplicatore di malavita.
Come dicevo, siamo cani in un canile dal quale ogni procuratore può
prelevarci per fare la propria esercitazione e dimostrare che è più
bravo o più severo di quello che aveva fatto un’analoga esercitazione
alcuni giorni prima o alcune ore prima.
Anche tra loro c’è la stessa competizione o sopraffazione che vige nel
mercato, con differenza che, in questo caso, il gioco è fatto sulla
pelle della gente. Non è dunque possibile accettare il loro giudizio,
qualunque esso sia.
Stanno distruggendo le basi di fondo e la stessa
cultura del diritto, stanno percorrendo irrevocabilmente la strada che
porta al loro Stato autoritario, al loro regime della totale asocialità. Io non ci voglio essere.
Hanno distrutto la dignità dell’intera categoria degli avvocati
penalisti ormai incapaci di dibattere o di reagire alle continue
violazioni del nostro fondamentale diritto di essere inquisiti, e
giudicati poi, in accordo con le leggi della Repubblica.
Non sono soltanto gli avvocati, i sacerdoti laici della società, a
perdere la guerra; ma è l’intera nazione che ne soffrirà le conseguenze
per molto tempo a venire. Già oggi i processi, e
non solo a Milano, sono farse tragiche, allucinanti, con pene smisurate
comminate da giudici che a malapena conoscono il caso, sonnecchiano o
addirittura dormono durante le udienze per poi decidere in cinque minuti
di Camera di consiglio.
Non parliamo poi dei tribunali della libertà, asserviti anche
loro ai pubblici ministeri, né dei tribunali di sorveglianza che
infieriscono sui detenuti condannati con il cinismo dei peggiori
burocrati e ne calpestano continuamente i diritti.
L’accelerazione dei processi, invocata e favorita dal ministro Conso,
non è altro che la sostanziale istituzionalizzazione dei tribunali
speciali del regime di polizia prossimo venturo. Quei pochi di noi
caduti nelle mani di questa “giustizia” rischiano di essere i capri
espiatori della tragedia nazionale generata da questa rivoluzione.
Io sono convinto di dover rifiutare questo ruolo. E’ una decisione che
prendo in tutta lucidità e coscienza, con la certezza di fare una cosa
giusta.
La responsabilità per colpe che posso avere commesso sono esclusivamente
mie e mie sono le conseguenze. Esiste certamente il pericolo che altri
possano attribuirmi colpe non mie quando non potrò più difendermi.
Affidatevi alla mia coscienza di questo momento di verità totale per
difendere e conservare al mio nome la dignità che gli spetta.
Sento di essere stato prima di tutto un marito e un padre di famiglia,
poi un lavoratore impegnato e onesto che ha cercato di portare un po’
più avanti il nostro nome e che, per la sua piccolissima parte, ha
contribuito a portare più in alto questo paese nella considerazione del
mondo.
Non lasciamo sporcare questa immagine da nessuna “mano pulita”. Questo vi chiedo, nel chiedere il vostro perdono per questo addio con il quale lascio per sempre.
Non ho molto altro da dirvi poiché questi lunghissimi mesi di lontananza
siamo parlati con tante lettere, ci siamo tenuti vicini. Salvo che a
Bruna, alla quale devo tutto. Vorrei parlarti Bruna, all’infinito, per
tutte le ore e i giorni che ho taciuto, preso da questi problemi
inesistenti che alla fine mi hanno fatto arrivare qui.
Ma in questo tragico momento cosa ti posso dire, Bruna, anima dell’anima
mia, unico grandissimo amore, che lascio con un impagabile debito di
assiduità, di incontri sempre rimandati, fino a questi ultimi giorni che
avevamo pattuito essere migliaia da passare sempre insieme, io te, in
ogni posto, e che invece qui sto riducendo a un solo sospiro?
Concludo una vita vissuta di corsa, in affanno, rimandando continuamente
le cose veramente importanti, la vita vera, per farne altre, lontane
come miraggi e, alla fine, inutili. Anche su questo, soprattutto su
questo, ho riflettuto a lungo, concludendo che solo così avremo
finalmente pace. Ho la certezza che la tua grande forza d’animo, i
nostri figli, il nostro nipotino, ti aiuteranno a vivere con serenità e a
ricordarmi, perdonato da voi per questo brusco addio.
Non riesco a dirti altro: il pensiero di non vederti più, il rimorso di
avere distrutto i nostri anni più sereni, come dovevano essere i nostri
futuri, mi chiude la gola.
Penso ai nostri ragazzi, la nostra parte più bella, e penso con serenità al loro futuro.
Mi sembra che abbiano una strada tracciata davanti a sé. Sarà una strada
difficile, in salita, come sono tutte le cose di questo mondo: dure e
piene di ostacoli. Sono certo che ciascuno l’affronterà con impegno e
con grande serenità come ha già fatto Stefano e come sta facendo
Silvano.
Si dovranno aiutare l’un l’altro come spero che già stiano facendo,
secondo quanto abbiamo discusso più volte in questi ultimi mesi,
scrivendoci lettere affettuose.
Stefano resta con un peso più grave sul cuore per essere improvvisamente rimasto privato della nostra carissima Mariarosa.
Al dolcissimo Francesco, piccolino senza mamma, daremo tutto il calore
del nostro affetto e voi gli darete anche il mio, quella parte serena
che vi lascio per lui.
Le mie sorelle, una più brava dell’altra, in una sequenza senza fine,
con le loro bravissime figliole, con Giulio e Claudio, sono le altre
persone care che lascio con tanta tristezza. Carissime Giuliana e Lella,
a questo punto cruciale della mia vita non ho saputo fare altro, non ho
trovato altra soluzione.
Ricordo Sergio e la sua famiglia con tanto affetto, ricordo i miei
cugini di Guastalla, i Cavazzani e i loro figli. Da tutti ho avuto
qualcosa di valore, qualcosa di importante, come l’affetto, la simpatia,
l’amicizia.
A tutti lascio il ricordo di me che vorrei non fosse quello di una
scheggia che improvvisamente sparisce senza una ragione, come se fosse
impazzita. Non è così, questo è un addio al quale ho pensato e ripensato
con lucidità, chiarezza e determinazione.
Non ho alternative. Desidero essere cremato e che Bruna, la mia compagna
di ogni momento triste o felice, conservi le ceneri fino alla morte.
Dopo di che siano sparse in qualunque mare. Addio mia dolcissima sposa e
compagna, Bruna, addio per sempre.
Addio Stefano, Silvano, Francesco; addio Ghiti, Lella, Giuliana, addio.
Addio a tutti. Miei carissimi, vi abbraccio tutti insieme per l’ultima volta.
Il vostro sposo, papà, nonno, fratello"
Gabriele